domenica 14 ottobre 2018

CECI N'EST PAS FANTASCIENZA

La fantascienza è morta? Risorgerà? In Italia c'è speranza? Oppure dobbiamo rassegnarci a essere l'ancella della letteratura, fanalino di coda mondiale? 


E noi autori? Dobbiamo rinunciare a scrivere per lasciare spazio a gli stranieri? O invece ci tocca continuare a lottare nelle nostre trincee? Sarà saggio sborsare migliaia di euro per corsi di scrittura ed editor? O è più proficuo investire in traduttori con la vaga speranza di sedurre il mercato d'oltreoceano? E che dire di chi propone di scimmiottare gli autori statunitensi, veri "maestri" del genere? Allettante, ma se poi otteniamo solo che qualcuno ci canticchi con disprezzo: "Tu vuo' fa' ll'americano, mericano, mericano, ma si' nato in Italy. Sient' a mme, nun ce sta niente 'a fa'..."?

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Insomma, parliamoci chiaro, la situazione è tragica e a questa edizione di Stranimondi non si è fatto altro che ripeterlo. Nonostante l'affluenza, siamo e restiamo quattro gatti, metà dei quali scrivono. E all'esterno siamo visti come nerd pieni di bubboni che si trastullano con alieni e astronavi.

Colpa di chi?

Pare che il trend sia addossare la responsabilità equamente a scrittori e lettori.

All'incontro del 6 ottobre "Didattica della fantascienza", per esempio, Franco Ricciardiello non ha esitato a dire che gli autori italiani sono ben lontani dal raggiungere i livelli americani, ragione per cui dobbiamo correre tutti in massa a comprare il suo manuale (se ho capito bene) che ci traghetterà come Caronte sull'altra sponda dell'Acheronte a velocità di curvatura. A parte la questione del manuale che, ne sono certa, sarà utilissimo, davvero dobbiamo vivere questo perenne senso di inferiorità?


Franco Forte non è di quest'opinione. Nella sua intervista a Fantascienza Today  ha ribadito più volte che i lettori in Italia snobbano gli autori italiani con una pervicacia inquietante. Ne paga le conseguenze persino Scalzi, in quanto ha l'handicap di avere un cognome italiano. Sembra che l'esterofilia sia così forte che basta chiamarsi John Smith per avere un posto nell'empireo fantascientifico. Mentre ottimi autori nostrani restano nell'ombra contendendosi i 25 lettori di manzoniana memoria.

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E le case editrici? C'è chi ha criticato aspramente anche loro: non accettano giovani, non fanno promozione, perpetuano l'andazzo e poi osano pure lamentarsi. Rapida la risposta: non ci sono soldi!

Insomma, sembrerebbe il classico serpente che si morde la coda. Troppi scrittori, pochi lettori, pochi soldi, poca pubblicità, pochi lettori etc. etc.

Ma la cosa che ogni amante della fantascienza si chiede perdendo ore di sonno, la cosa che tormenta in egual misura scrittori, lettori ed editori è questa: 

PERCHE' LA FANTASCIENZA NON PIACE?


Giusto oggi Alberto Costantini ha formulato un'ipotesi: il gusto si forma da piccoli, molto si deve alla scuola, le proff di lettere odiano la fantascienza, ergo non fanno appassionare i giovani. Sillogismo perfetto. Gli do ragione. Le mie colleghe detestano la fantascienza. Ma come biasimarle? E' stato per decenni un genere maschile, con protagonisti quasi sempre maschili, e figure femminili a due dimensioni. Anzi, a tre: 90-60-90.

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E non parliamo del sentimento: si tollera il sesso, ma l'amore no, per carità! RED ALERT! L'amore è il nemico numero uno, fa bollare immediatamente il libro come Harmony. Mi spiegate come piffero dovrebbero immedesimarsi queste poverette? E se non si immedesimano, se non provano emozioni, perché dovrebbero leggere fantascienza???
A questo si somma il fatto che la fantascienza, almeno in teoria, è una cosa scientifica e, nelle passate generazioni, poche donne facevano studi tecnici o scientifici. Anche perché la cosa era vista come innaturale. Conosco uomini che ancora adesso non riescono ad ammettere che so che cos'è un carburatore, figuriamoci un'astronave! E ricordiamo tutti le critiche assurde a Samantha Cristoforetti. Ma non parliamo di questioni di genere, please, che il discorso è lungo e amaro e usciamo dal seminato.
 
Restiamo sul pezzo. E aggiungiamo a questo cocktail corrosivo le massicce dosi di distopia che generano di certo dispepsia in ambo i sessi. Come dice un amico: "Credete di farmi paura più di Rai News 24"? Andiamo! Un conto è la denuncia sociale, sacrosanta, ma siamo già abbastanza angosciati, non credete?

Insomma, come tutti sanno, l'idiosincrasia nel pubblico generalista è così forte che ormai molti grandi autori preferiscono negare, contro ogni evidenza, di avere scritto qualcosa che rientri in questo genere maledetto.

Che fare, quindi?

La mia impressione è che nessuno abbia una ricetta. Io stessa mi sono logorata i neuroni senza alcun risultato. Poi però, mi è balzata davanti agli occhi la parola RICETTA, per l'appunto. E con essa, per una freudiana associazione di idee, i tanti racconti di mamme di miei alunni. "Luigino odia le verdure, ma io gliele faccio panate, a forma di hamburger e lui se le pappa. Ma guai a dire che sono carote e piselli!"
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E se davvero dovessimo cambiare etichetta? Se davvero fosse giunto il momento di mascherare i nostri piselli da salsicce? Ehm... Volevo dire, le nostre verdure da bistecche? Se dovessimo inventare un nuovo nome per questo meraviglioso genere? Forse il nostro destino è quello dei netturbini che si sono magicamente trasformati in "operatori ecologici" o delle bidelle che ora si chiamano "commesse".
In passato le opere di autori importanti sono state classificate sotto la voce "realismo magico". Ma non è l'unica possibilità. Perché non lanciare un contest, allora?  

RINOMINA LA FANTASCIENZA

Il termine più affascinante, seducente e gradito sostituirà quello obsoleto e odioso che ci fa tanto soffrire. E vivremo tutti felici e contenti. Dopotutto, come diceva Romeo, una rosa non perde il suo profumo anche se le do un altro nome.

E con questa sarcastica, ma non troppo, conclusione, passo e chiudo!

venerdì 9 marzo 2018

La voce dell'impellenza: Lo chiamavano Jeeg robot

E' da un po' che non scrivo, lo so, ma oggi sono spinta da un bisogno impellente. Molto impellente. Una cosa oserei dire viscerale. E quando dico viscerale voglio dire proprio quello. Un'esperienza che t'inchioda, seduto... seduto dove ve lo lascio immaginare.
E' così che nasce "La voce dell'impellenza" o, se preferite, "Le peggio cose" (il titolo è stato suggerito da Paolo S. Cavazza dopo qualche scambio di battute su Messenger).
Che fare quando ti trovi davanti certe boiate? Puoi forse scrivere un post politically correct con un titolo "Fanta-qui" "Fanta-là"?
No.
E' contro natura!
Non puoi tenertela e sorridere.
Ora il post potrà sembrarvi un po' fecale, ma non avete ancora visto niente. Cioè, non avete visto "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Ehhhh, roba vecchia, dirà qualcuno. Sì, perché io i soldi del bonus docenti di Renzi non li volevo sprecare per il biglietto per vedere questa cosa e avevo sentito puzza di boiata quando è uscito al cinema. Ma oggi, in questo pomeriggio post elezioni, qualcuno ha citato il film e guarda caso me lo vedo disponibile su Netflix. Così inizio a guardarlo. E che cosa vedo?
Vedo dei romanacci zozzoni in un'ambientazione underground che fa venire la scabbia solo a guardarla. Parlano solo romanesco, perché la produzione ha preso i soldi dall'ente di Sarcavolo della Città di Roma e perché AHO, er cinema italiano è soprattutto romano da Cinecittà in poi.
Così abbiamo i malavitosi puzzoni (è ovvio che sono puzzoni, anche se, grazie a Dio, il cinema non ha ancora raggiunto il grado tecnologico necessario per diffondere le puzze). Peraltro una delle scene clou inquadra una cacca di cane. Per non parlare del cesso sporco del protagonista, che vive in una topaia assurda, ingombra di avanzi di cibo e film porno. Ma su questo torneremo.
Il protagonista, con cui vi sfido a immedesimarvi, è un ladro e sta piazzando la refurtiva dopo essersi fatto un bagnetto in un bidone di rifiuti tossici (secondo la migliore tradizione dei supereroi) che poi ha rivomitato nel suddetto cesso. Un grassone con una figlia bonissima ma pazza come un cavallo lo ingaggia per un lavoretto pulito: recuperare gli ovuli imbottiti di coca defecati da un corriere della droga di colore. Ma la cosa, manco a farlo apposta, finisce in m**** Schizzi di sangue, teste rotte. Diciamo che potremmo intitolare il film "Sangue e cacca", per parafrasare il ben più nobile "Sangue e arena".
Qui il nostro eroe (si fa per dire) scopre che ha acquisito dei superpoteri. E come li usa? Per rapinare un bancomat, ovviamente.
Problema: il cattivo un po' psicopatico (ma chi è il buono in questo film francamente non saprei dirlo), se la piglia con la bonissima matta (che ovviamente è stata abusata da chiunque ha incrociato nella sua giovane vita, primi tra tutti i tizi dell'istituto di igiene mentale che la portavano in gita e poi le facevano girare i porno... il porno ricorre...). Così il nostro Jeeg Robot la salva. E qui, come massimo del romanticismo, vediamo la tetta della tipa che suscita reazioni naturali in un fruitore seriale di hard core.
Che dire? Mi si può biasimare se ho smesso di guardare? Anche se se poi, non vi preoccupate, ci sono tornata, perché, come si suol dire, volevo vedere dove voleva andare a parare. E devo ammettere che alcuni elementi ci sono: il supercattivo che acquisisce a sua volta poteri, lo scontro finale...
Certo che, la scena in cui il grande supereroe stupra la ragazza matta nella cabina di prova del negozio ce la potevano risparmiare, soprattutto in questi tempi di recrudescenza della violenza sulle donne!
Ma non vorrei infarcire il post di spoiler più di quanto non abbia fatto.

Ora passiamo alla critica. Ho fatto una ricerca. Cito alcune recensioni.
"Applausi a scena aperta durante la proiezione stampa, e una certezza: sarà difficile sfilare il Premio del Pubblico della decima Festa di Roma a Lo chiamavano Jeeg Robot. Piuttosto, segnatevi questo nome: Gabriele Mainetti. Classe 1976, una qualche notorietà per il corto Tiger Boy, all’esordio al lungometraggio fa qualcosa di quasi impossibile: un film di supereroi italiano.(...) effetti speciali senza strafare ma molto ben fatti, sceneggiatura che dialettizza il canovaccio fumettistico e supereroistico e i dialoghi indolenti e cafoni a indicazione geografica tipica romana, interpreti in stato di grazia" (da Il cinematografo).
Non ho finito.
"Quello tentato da Gabriele Mainetti è un superhero movie classico, con la struttura, le finalità e l'impianto dei più fulgidi esempi indipendenti statunitensi. Pensato come una "origin story" da fumetto americano degli anni '60, girato come un film d'azione moderno e contaminato da moltissima ironia che non intacca mai la serietà con cui il genere è preso di petto" (da Mymovies).
E che dire di questa chicca presa da niente meno che da Internazionale? "È proprio partendo da una cultura che è fatta di fumetti e di generi, e stando lontano dai colossal hollywoodiani, che Gabriele Mainetti è riuscito, primo nella storia del nostro cinema, a fare un film popolare italiano di supereroi. L’equilibrio tra l’adesione ai canoni del genere e il coinvolgimento del pubblico è ineccepibile...".
E c'è da dire che ha vinto un sacco di David anche se a me sembrano un po' come i premi dell'oratorio, nel segno dell' "io me lo faccio e io me lo vendo". E "chi si loda s'imbroda". Un po' come tutti i premi dove bisogna scegliere tra la pasta scotta, il fritto bruciato e la patata lessa senza sale. I poveri giurati non possono certo fare miracoli!
 
Ora, cari signori, o io sono una deficiente incapace di cogliere la bellezza di questo capolavoro, o voi siete i soliti intellettuali del cavolo che si rotolano nei loro giudizi come bambini.

Ma se ne sentiva il bisogno? Era necessario che questo Mainetti facesse un film del genere? No, perché a sentire questi critici eravamo tutti qui ad aspettare che comparisse all'orizzonte manco fosse la Madonna di Lourdes.
Ma poi, diciamolo, i film hollywoodiani saranno cavolate, ma almeno uno si diverte. Qui uno si deprime.
Vogliamo fare alcune importanti considerazioni?
PRIMO: Anche il supereroe più underground deve fornire un certo grado di possibile immedesimazione da parte del pubblico che è prevalentemente composto da adolescenti. Con questo tizio si può immedesimare solo un piccolo spacciatore. Il supereroe apre a un mondo di fantasia e possibilità inesplorate, è il riscatto dello sfigato che coi suoi poteri lotta per rendere il mondo migliore in una dimensione epica. Qui di epico che cosa ci trovate?
SECONDO: Non potete spacciarmi Gomorra per un film di supereroi solo perché c'è uno che piega i caloriferi. Non è un film di denuncia e non è neppure fantascienza. Che roba è? Mi risponderete che le contaminazioni tra generi sono fighe, ma non quando mi condite i supplì rifritti con la cacca di cane. Ma è possibile che il cinema italiano debba contaminare sempre tutto con lo squallore, sia esso quello della commedia degli psicotici frustrati o quello ancora peggiore dei malavitosi da Stazione Centrale?
TERZO: Provate per un momento a intrattenere senza atteggiarvi a intellettuali da centro sociale, per favore. Tutta questa storia del film d'autore vi è sfuggita di mano. No, non è così che si conquista il grande pubblico, anche se i recensori marchettari vi fanno tanta pubblicità.
Ma noi abbiamo fatto 5 milioni di euro al botteghino, direte. Vero. Ma le voci contro non sono poche. Il problema è che ci si deve quasi vergognare a dire che una cosa tanto esaltata dai critici è semplicemente brutta. Si passa per cretini, poco competenti e anche poco patriottici. Come se ci si dovesse stringere per forza intorno al "prodotto italiano" anche quando non ci piace.
Non ho difficoltà a criticare prodotti stranieri osannati solo per esterofilia, ma non ho paura di schierarmi contro prodotti italiani solo per campanilismo.






sabato 23 settembre 2017

FANTALIBRI: Il fantasma del mare Imbrium di Paolo Cavazza


Può l’hard sci-fi essere avvincente?

Sarò sincera, come avrete capito detesto le baggianate incoerenti, in cui gli autori fanno uscire improbabili conigli dal cappello a loro piacimento per spiegare fenomeni che in natura non ci saranno mai o per negare le più elementari leggi della fisica. Non a caso, nel mio romanzo di fantascienza umoristica, “Cicerone. Memorie di un gatto geneticamente potenziato”, ho ridicolizzato tutti i luoghi comuni della fantascienza arruffona, primo tra tutti l’accoppiamento interspecie.

Ma non sono nemmeno una fanatica della fantascienza hard, ovvero quella in cui la scienza la fa da padrona. Mi piacciono le storie che ruotano sulle emozioni dei personaggi, pur in un contesto tecnologico. Forse è un retaggio del mio passato di traduttrice di romance o forse è connaturato alla natura femminile (anche se sono poco propensa a simili etichette di genere).

“Il Fantasma del Mare Imbrium” di Paolo Cavazza, però, è un caso a parte. Sebbene non indulga a sentimentalismi o psicologismi e sia molto rigoroso (Paolo verifica tutti i suoi dati prima di scriverli), ha la capacità di metterci in contatto con una delle emozioni più forti dell’uomo: la paura. Il romanzo, infatti, è apparentemente una storia di fantasmi, con tutto il carico di suspense e di tensione che questo comporta. Un gruppo di scienziati sulla base lunare si ritrova infatti a fronteggiare la “ribellione” di alcuni macchinari che sembrano posseduti e uccidono. E’ così che questi uomini e donne razionali, abituati ad avere a che fare con la scienza, si confrontano con le proprie inquietudini, ma, al tempo stesso, cercano una spiegazione plausibile del fenomeno. Le storie personali sono appena accennate, ma queste poche pennellate fanno desiderare di approfondire la conoscenza dei personaggi.Cosa che potrete fare leggendo il racconto "Interferenza", all'interno dell'antologia Alia Evo 2.0, e che ritroverete presto nella nuova antologia Alia Evo 3.0, in corso di pubblicazione (nella quale comparirà anche un mio racconto). Per non parlare delle future opere di Paolo, al momento al vaglio delle case editrici. Si tratta, infatti, di una serie di racconti autoconclusivi ma tenuti insieme dai medesimi personaggi e da un sottile filo conduttore.

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Quanto alla trama, è ben sostenuta. Il romanzo è breve, ma non è facile portare avanti un giallo fantascientifico senza che ad un tratto il lettore si annoi. Invece, “Il fantasma” si legge tutto d’un fiato. Fino alla rivelazione finale.

Quanto allo stile, è pulito, assolutamente clarkiano, privo di inutili fronzoli. D’altronde, Paolo lo ha limato e rilimato con precisione quasi maniacale, a volte lavorando su una frase per giorni. Fino a farlo splendere.

Insomma, un’opera prima che vale la pena di essere letta, in un panorama dove il chiasso e l’approssimazione la fanno da padroni. Poco adatto, invece, a chi vuole facili sentimentalismi, colpi di scena da soap opera, trovate strampalate e personaggi che non sanno dove hanno la testa e dove i piedi. No, la prosa di Paolo non è nulla di tutto ciò.

domenica 9 luglio 2017

FANTALIBRI: "La quinta onda" di Rick Yancey


Ma ci considerate tutti cretini o il privilegio di essere tali è riservato agli YA, cioè gli Young Adults? Certo, cresciuti a cavolate, i ragazzi di oggi potrebbero avere uno spirito critico un po’ atrofizzato, ma come insegnante conosco tanti adolescenti che non sono affatto scemi e tanti insegnanti e genitori che si danno da fare per scongiurare il pericolo che si rimbecilliscano. Ciò nonostante, “La quinta onda” di Rick Yancey ha avuto successo ed è apprezzato anche da molti Adults senza Young, i quali in teoria dovrebbero essere più smaliziati. 



Il modo in cui è approdato nella nostra amata penisola è sempre lo stesso: gli americani, che ingoiano qualsiasi schifezza purché sia saporita e faccia ingrassare, lo hanno comprato (magari bombardati da un’efficace pubblicità), un produttore ci ha fatto un film (che non vedrò se non sotto tortura) e ai nostri poveri editori, sull’orlo del collasso, non è parso vero di accaparrarselo. E piazzarci il bollino “best seller”. Ma noi italiani, noi che modestamente il cervello lo sappiamo usare e che siamo ipercritici su qualsiasi cosa, non potremmo imparare a vagliare la letteratura con la stessa chirurgica precisione con cui ci lamentiamo che gli spaghetti in Papuasia non li sanno cuocere al dente?

No, ci esaltiamo per un testo con una trama che fa acqua più del mio scolapasta, con più incongruenze dei discorsi di un fidanzato fedifrago decisamente ubriaco e con personaggi dello spessore di una figurina dei calciatori.

Iniziamo dalla più grossa baggianata: gli alieni. Per chi non lo sapesse “La quinta onda” parla dell’abusatissimo tema dell’invasione aliena: un’astronave, simile a un occhio verde e maligno, compare nel cielo e parte il solito circo di esaltati new age etc. Ma gli alieni non sono buoni. Distruggono quasi del tutto l’umanità in tre ondate: onda elettromagnetica, tsunami ed epidemia, usando la loro potentissima tecnologia. Peccato che gli alieni siano incorporei. Sono pure intelligenze, che cercano un mondo da abitare dopo avere sputtanato il loro (che originalità) e quindi devono fare piazza pulita. Tuttavia, abitare significa avere corpi e così si prendono alcuni dei nostri. Sorvoliamo sulla scopiazzatura palese da l’ "Invasione degli ultracorpi": d’altronde è difficile essere originali oggigiorno. Ma vorrei capire che se ne fanno esseri incorporei di una nave spaziale, come attivano i macchinari, come operano. Il libro non lo dice. Il libro è reticente su molte cose. Forse verranno svelate nei successivi volumi (che non leggerò). L’unica soluzione è che si siano riversati in robot dotati di arti, occhi, orecchie e tutto il resto, ma se così fosse perché non portare avanti l’invasione tramite macchine perfettamente sostituibili? No, lo fanno coi nostri fragili corpicini di carne che possono essere uccisi dai nostri fucili. 





Ma veniamo al movente, al metodo e alla tempistica dell’invasione. 
Il movente. I poveri alieni disincarnati vogliono ricominciare a provare i piaceri della carne (li capisco) e scelgono la Terra e l’umanità. Ma odiano l’umanità e il suo modus vivendi. Entrano nei corpi quando sono ancora feti, stanno lì latenti per decenni e poi paff!, quando l’ospite ha accumulato ricordi, sentimenti, affetti, si manifestano e gli dicono: “Tu non sei tu, tu sei me. Rinuncia alla tua umanità, lascia tua madre e tuo padre, anzi già che ci sei sterminali, insieme a tua sorella, la tua ragazza e gli amici del liceo.”

Il conflitto interiore dovrebbe essere tragicissimo, ma viene descritto in modo alquanto annacquato attraverso il POV di un unico personaggio per una manciata di pagine. Nessuno è colto da una ovvia schizofrenia: sono tutti SS scatenate senza coscienza.

Il metodo. E la tempistica. Sono seimila anni che gli alieni ci osservano per capire come pensiamo, in modo da fregarci. E che cosa fanno? Agiscono adesso, nell’era atomica, nell’epoca tecnologica, in cui invece di sterminare qualche milioncino di individui dediti all’agricoltura di sussistenza e all’allevamento di capre, se ne trovano davanti sette miliardi, armati e sgamati. E soprattutto oggi che la Terra è al capolinea, inquinata, ingombra di città, fabbriche e tutto il corredo di una civiltà che è giunta al collasso. Come dire che cambio la mia casa distrutta con un catapecchia fatiscente e infestata da sorci armati fino ai denti. Geniale, no? E neppure si può dire che si sostituiscano alla maggior parte di noi e sfruttino ciò che noi abbiamo fatto e costruito, perché a) sono poche migliaia e b) tutto è in sfacelo. Ovunque roba che brucia, edifici abbandonati, ingombri di cadaveri putrescenti. Insomma, rischiano di passare qualche centinaio di anni a fare le pulizie di primavera e, ahimè, non ci sono tappeti sotto cui nascondere la spazzatura di un pianeta intero.

Ma come si suol dire, chi rompe paga e i cocci sono suoi. Cavoli loro, no? Resta il fatto che sono alieni incorporei, supertecnologici e… dementi.

Passiamo ai buchi della trama. Ovviamente i protagonisti sono adolescenti sopravvissuti e cazzutissimi, se no non si giustificherebbe lo YA. Sono sopravvissuti anche degli adulti, ma gli alieni dementi decidono di sterminarli sistematicamente mentre salvano i piccoli al di sotto dei 15 anni per addestrarli come bambini soldato che, ingannati, li aiuteranno a far fuori i pochi umani rimasti. Perché? Perché i bambini sono manipolabili più dei grandi. Possibile. Inoltre questo fa gioco all’autore che si toglie dalle balle gli adulti ritrovandosi solo con dei ragazzini e può infilare nella storia un po’ di Isis, un po’ di Boko Haram e una buona dose di quei filmacci sui sergenti di ferro che urlano e ti torturano per fare di te un verso soldato. Peccato che uno dei protagonisti, usato in queste truppe, abbia superato da tempo i 15 anni. Tra l’altro viene salvato dalla pestilenza proprio dagli alieni. Perché lui sì e gli altri no? Perché non hanno voluto addestrare la sanissima Cassie (altra protagonista) a causa dei limiti di età (ne ha sedici) e invece hanno rimesso in piedi un ragazzo più grande? Misteri alieni. O forse all’autore serviva lui perché lui è il Figo del liceo per cui Cassie sbavava e tutti i ragazzini deficienti americani, suoi lettori affezionati, si chiedono: “Lo faranno alla fine del libro?”

No che non lo faranno, ovviamente! Perché questo è uno YA puritano, infarcito di sangue, pestilenze, cadaveri e violenza ma senza sesso. Guai! Non sia mai che nel mezzo dell’apocalisse una sedicenne americana di oggi, dopo aver limonato col ventenne Mr. Figo 2 (che se la contende con Figo 1), abbracciata a letto con lui dica: “Ma sì, godiamoci questa serata! Tanto che me ne faccio della verginità se domani crepo? Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza! Yuppieeeee!!! ” SCANDALO! Sembra di sentire i genitori della Bible Belt che raccomandano: “Tesoro, uccidi pure il nemico sparandogli in faccia mentre stringe un crocifisso, ma tieniti strette le mutande!”

Ma torniamo alla base di addestramento degli alieni camuffati da brave persone. Ovviamente i bambini-soldato non sono dei cretini, e alcuni sgamano di essere stati manipolati. Costoro vengono ammazzati senza pietà. E ci sta anche. Ma allora perché gli alieni, quando scoprono che tre sbarbatelli hanno capito tutto e violato la loro supermega base, non si limitano a scovarli e farli fuori? Perché sentono il bisogno di radere al suolo la base??? Ma sono davvero dementi! Menti dementi!

Tutto perché? Perché i nostri devono scappare nel mezzo del delirio, col rischio di essere presi, di esplodere con la base. Il nostro eroe Figo 1, con un buco in un fianco, anche se, uscito di soppiatto dall’ospedale, si trascinava come uno zombie, adesso deve arrampicarsi per i muri lisci salvando la bella (e sana) fanciulla e il di lei fratellino mentre la maglia è zuppa di sangue. Solo così potrà riscattarsi dai passati errori. E poi, Figo 2 deve fare esplodere l’arsenale interno della base (sì, gli alieni sono fuggiti come se avessero alle calcagna i mastini infernali e non tre sbarbatelli e hanno lasciato lì tutte le loro superbombe!!!). E così c’è la scena epica dei fuggitivi che corrono mentre la terra si apre, come in un B-movie dei più biechi. Il regista del film ci sarà andato a nozze!

Ma non è finita. Ora veniamo alla tecnica di scrittura. La storia è narrata in prima persona da due personaggi e mezzo (come dicevo il mezzo alieno racconta dal suo POV solo per poche pagine), e raccontata in terza persona da un narratore esterno per il resto del libro, con una rigorosa alternanza dei due metodi, il che già è straniante. Inoltre, il tutto è al presente storico, con incursioni nell’imperfetto e nel trapassato prossimo in un continuo rincorrersi di flashback. Insomma, nessuno è morto e ha lasciato detto: "Terza persona, passato remoto! Se no brucerai all'inferno!", però a tratti disturba davvero. L’unico vantaggio è una certa vivacità del testo che, lo ammetto, si legge tutto d’un fiato.

Ma è sufficiente? Basta che sia avvincente e tutto il resto non conta? Siamo ridotti a questo livello?

Non so voi, ma io no. Intrattenere e farsi intrattenere non significa abdicare completamente alla propria capacità di giudizio. E non venitemi a dire: “E uno YA, che ti aspetti?”, perché con questa storia mi sa che molti adulti si sparano delle emerite cavolate scaricandosi la coscienza. Come se un libro per ragazzi avesse la licenza speciale di stupidità e di scrittura approssimativa. No, l’adolescente non è un cretino. Basta proporgli delle cose intelligenti e lui le apprezzerà. Dopotutto abbiamo ragazzi che a 16 anni traducono Cicerone e discutono di filosofia greca. I cretini sono altri… E temo abbiano ben più di 18 anni.

domenica 4 giugno 2017

FANTAFILM: THE CIRCLE


OCCASIONI SPRECATE. Credo che queste due parole condensino fin troppo bene “The Circle”, sia nella versione cinematografica che in quella letteraria.

Insomma, comunque lo proponi, non è abbastanza. Non fa abbastanza. E temo che ciò accada non per una scelta consapevole dell’autore (anche se forse ne è convinto e qualcuno gli darà ragione), ma per una sua manchevolezza.


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Bisogna ammettere però che il film è più snello e incisivo. Cerca di incalzare lo spettatore, anche se in modo maldestro. Se il romanzo è una stanza ingombra di oggetti rischiarata da potenti fari da stadio, in cui Eggers cerca d’illuminare i due o tre pezzi davvero importanti con una flebile torcia a pile, la trasposizione cinematografica ha provato a togliere di mezzo alcuni scatoloni e cianfrusaglie. Mai miracoli non li fa nessuno e così elude ugualmente alcuni nodi importanti. D’altra parte gli sceneggiatori hanno sforbiciato e riscritto già molte parti (alcune delle quali, francamente, potevano restare com’erano), e probabilmente non hanno avuto il coraggio o la libertà contrattuale di andare oltre.


La verità è che Dave Eggers, forse nel tentativo di farci assaporare la banalità del male, per dirla con le parole di Hannah Arendt, o forse per farci percepire quanto sia “normale” e vicino il mondo che descrive (questa è una fantascienza che colloca il futuro oggi pomeriggio), ha diluito all’eccesso la distopia. Al punto che si può essere tentati di credere che ciò che descrive non sia il Male, ma un’utopia da perseguire. Che a lui piaccia un mondo dove tutto è controllato da aziende globali dell’IT, le quali esercitano una “dittatura morbida” (qui sto citando, al contrario, Fabio Lastrucci e la sua “Utopia morbida”). 

Nel suo libro, infatti, le voci del dissenso sono troppo deboli e affidate a una sequela di “sfigati”: i genitori poveracci di Mae, l’ex fidanzato ciccione partorito da qualche sobborgo da incubo, il genio borderline con la sindrome di Aspergen (ribadisco, sto parlando del libro, film ci vanno molto meno pesanti). Mancano gli eroi. Il crescendo di tensione non cresce abbastanza. E manca anche quel momento catartico in cui il lettore salta sulla sedia ed esclama: “Occazzo!”. Persino la morte tragica di Mercer si perde in un flusso di dati di cui faremmo a meno. Perché il povero lettore, dopo centinaia di pagine (l’ho letto in ebook ma mi sono sembrate un’infinità), in cui Eggers lo titilla fiaccamente senza eccitarlo davvero, un’esplosione finale se la merita, no?


Ma anche il finale non soddisfa. Se nel film s'intravvede una speranza, nel libro non troviamo manco quella. Capisco che il capovolgimento dell’ultima ora, in cui Mae apre gli occhi e scardina tutto ciò in cui ha creduto e che ha contribuito a consolidare, poteva apparire banale, scontato, già visto. Ma almeno rendi epico il trionfo della dittatura, perché noi poveretti possiamo sussultare un pochino e rabbrividire quel tanto che basta.


Insomma, Dave, prendi esempio da 1984 (cui, ammettilo, fai l'occhiolino) e spingi sull’acceleratore. Facci vedere il volto del nuovo Grande Fratello in tutta la sua deformità, nascosta così abilmente dalla maschera di un mondo ordinato, pulito ed efficiente. Altrimenti il tuo libro (e con esso il film) perde l’occasione di diventare un documento di denuncia per restare una descrizione mediamente pallosa di qualcosa che in parte sappiamo già.

Chi ha già capito come girano le cose sul web, come i social immagazzinino e spesso vendano i nostri dati al miglior offerente (il caso eclatante è quello di Cambridge Analytica, la società di marketing che ha aiutato Trump a infinocchiare con precisione chirurgica gli Americani), non vede nel tuo libro nulla di rivelatore. Chi s’intende di fantascienza, può citare numerosi esempi molto meglio riusciti (a me la faccenda della democrazia via web fa venire in mente “Diritto di voto” di Asimov… mescolata al Blog di Beppe Grillo…).


Ma soprattutto, chi dovrebbe essere illuminato, chi avrebbe bisogno che gli si aprano gli occhi, se non si è addormentato nel frattempo, non viene raggiunto. Anzi, rischia di convincersi che dopotutto è meglio essere spiati 24/24h e avere un’illusione di libertà in un mondo che funziona e offre mille servizi, piuttosto che affrontare il caos e la fatica della vera libertà.
Si lascerà  sedurre dagli slogan dove si inneggia al diritto di SAPERE TUTTO. Ma poi è davvero un diritto? E ci renderà più  felici o completi? Perché qui non si tratta della Conoscenza con la C maiuscola, ma di spiare quante volte la vicina si mette le dita nel naso. E, come diceva Heinlein nel lontano 1961, "moltissime nevrosi possono essere fatte risalire alla malsana abitudine di sguazzare nei guai di cinque miliardi di sconosciuti" (da "Straniero in terra straniera").


Qualcuno obietterà che nell'oceano di informazioni che ci sommerge, le dita nel naso della vicina guadagnano un comodo anonimato (almeno finché io non scelgo di interessarmene). Persino le stragi più orribili vengono predigerite, masticate e al momento opportuno espulse dal web dopo essere state piegate al volere di chi comanda, diluendosi in certi casi nel flusso mediatico senza incidere davvero sulle nostre coscienze. Vero, ma non fornisco un binocolo al mio dirimpettaio e non apro le tende se voglio girare indisturbata in biancheria intima. 

Insomma, per farla breve, avrei gradito che Eggers prendesse una posizione più netta, guidasse con più forza il lettore in una direzione chiara, usando tutti i trucchi del mestiere. Il che non significa che dovesse scrivere un pamphlet politico, ma usare la vecchia cara socratica maieutica con più perizia. Una carenza di cui gli sceneggiatori si sono accorti, tanto che hanno pensato di intervenire per correggere il tiro.


Ma allora perché tanto successo?

La risposta più ovvia è che sotto “The Circle” si nasconde (neppure troppo bene) il colosso Google, coi suoi servizi sempre più integrati. Il che ha scatenato i media, dando risonanza al film e garantendo ad Eggers un bel po’ di royalties.


Ma concedetemi i miei cinque minuti di paranoia complottista. Chi ha interesse a scardinare Google al punto da investire denaro ingaggiando un attore del calibro di Tom Hanks? Quali sono i rapporti delle case di produzione del film con Google e soprattutto con la concorrenza? Perché una casa di produzione di Abu Dhabi ha partecipato al progetto?


Okay, quali che siano le ragioni, ben venga una differenziazione dei provider di servizi web e una sana critica di ogni monopolio.

Ma siamo sicuri che chi vuole spezzare il monopolio Google non voglia mettere semplicemente sul trono altri re? Che, cambiando il maestro, la musica non resti la stessa?

E soprattutto: il sistema può essere davvero spezzato, a questo punto? Quali sono le vere possibili forme di dissenso e di resistenza? Si può restare nel “cerchio” senza esserne schiavi o è necessario uscirne definitivamente e sparire nei boschi? Per dirla con Umberto Eco, si può essere “integrati” e liberi, o l’’unica alternativa è essere “apocalittici”?