Come ogni scrittore o lettore nell’ambito
della letteratura dell’immaginario sa bene, ci sono editori che si
farebbero tagliare le mani piuttosto che inserire un po’ di sana fantascienza o
un po’ di magia nei loro cataloghi. Purtroppo, in genere, sono le case editrici
GROSSE a fare questi ragionamenti. Ma ogni tanto, forse in vena di
sperimentazioni o forse perché hanno acquisito in blocco diritti stranieri tra
cui quelli di qualche romanzo fantastico, aggiungono alla loro produzione
qualcosa di diverso. Non so quale sia stata la logica di E/O quando ha fatto
tradurre “I fidanzati dell’inverno” di Christine Dabos. In
ogni caso, io mi ci sono buttata a pesce per tastare il polso del mercato.
Dopotutto, dopo aver fatto il botto con Elena Ferrante, la E/O rivaleggia con i
grandi marchi dell’editoria e non nascondo che le ho mandato un mio scritto.
(Che forse non mi pubblicheranno, dopo questa recensione)
Ma andiamo per ordine. Il romanzo in
questione è classificato come fantasy (che fa meno paura di “fantascienza”,
forse perché i maghi non esistono ma gli alieni potrebbero arrivare domattina e
sarebbero cavoli marziani acidi) e si rivolge a un pubblico adulto,
sebbene di recente una libraia specializzata in letteratura per ragazzi lo
abbia esposto in libreria.
L’incipit mi ha lasciata un po’
perplessa. La prima cosa in cui s’imbatte il lettore è una strana citazione:
*
Frammento
Frammento
Al principio eravamo uno.
Ma Dio non era soddisfatto di quella forma, così ha cominciato a dividerci. Dio si divertiva molto con noi, poi si stufava e ci dimenticava. Nella sua indifferenza era capace di una crudeltà che mi faceva paura. Sapeva anche mostrarsi dolce, e l’ho amato come non ho mai amato nessuno.
In un certo senso credo che Dio, io e gli altri avremmo potuto vivere felici, se non ci fosse stato quel maledetto libro. Mi faceva ribrezzo. Conoscevo il vincolo che mi collegava al libro nel più nauseante dei modi, ma è un orrore che è arrivato dopo, molto dopo. Non l’ho capito subito, ero troppo ignorante.
Amavo Dio, è vero, ma odiavo quel libro che apriva per un nonnulla. A Dio invece piaceva un sacco. Quand’era contento scriveva. Quand’era arrabbiato scriveva. E un giorno in cui era di pessimo umore ha commesso un’enorme sciocchezza.
Ha fatto a pezzi il mondo.
*
Ammetterete che questo sfogo contro il
Padreterno può risultare fuorviante. Siamo di fronte a un testo con
pretese teologiche? Si vuole dare una spiegazione di qualche fenomeno di cui si
parlerà nel romanzo? A che libro si riferisce?
Ma passiamo all’incipit vero e proprio:
*
Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile.
L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male.
*
Subito ci accorgiamo che siamo in un mondo in
cui gli oggetti hanno una vita propria, o almeno funziona così su Anima, che è
un’arca. Che cosa siano le arche è un mistero che non verrà svelato per almeno
cinque capitoli se non di più (non fatemi contare, vi prego).
Qui inizia la presentazione della protagonista
che è maldestra, malaticcia, bruttina e decisamente asociale. Un topo da museo.
Insomma qualcuno in cui la lettrice (o il lettore medio) si immedesima a
meraviglia.
Intanto l’ambientazione comincia a delinarsi
pian piano. Il fruitore seriale di fantasy e fantascienza si chiede se si
tratti di un mondo steampunk con venature magiche, almeno a giudicare
dagli abiti dei personaggi, o di un futuro in cui l’umanità ha
sviluppato poteri magici ma ha conservato alcuni antichi oggetti. La cosa, a
ben vedere è irrilevante: W LA CONTAMINAZIONE! Dunque andiamo avanti.
E qui gli asini cominciano a cascare.
La poveretta viene data in sposa a un tale
che viene dal Polo, che scopriamo essere un’altra arca. E, inspiegabilmente,
dopo aver rifiutato stuoli di cugini che ambivano alla sua mano, si sottomette
comprendendo che ormai non ha scelta e al tempo stesso qualificandosi come un’ameba
senza un briciolo di spina dorsale. Vede il futuro marito e le pare un
surgelato antipatico e cafone, ma non dice nulla. Tanto più che la fondatrice o
capostipite o dea (chiamatela come volete, ma sappiate che sembra un’aliena)
che sovrintende all’arca di Anima, tale Artemide, ha detto che così dev’essere
punto e basta.
Pur soffrendo di raffreddori terribili a ogni
alito di vento, pur sapendo che la sua nuova casa è peggio di una cella
frigorifera, Ofelia parte su un dirigibile per il Polo. Le arche, infatti, lo
scopriamo solo ora, sono isole che fluttuano nell’aria da quando una misteriosa
Lacerazione ha diviso il mondo in brandelli volanti.
E qui tutto cambia, svelandoci una triste
verità su questo libro: nel tentativo forse di essere originale e avvincente
(anche se le citazioni sono profuse a piene mani), Christine Dabos ha cucinato
l’equivalente di un minestrone in cui alle verdure classiche si uniscono
pezzi di ananas, cosce di cinghiale, maccheroni, melanzane alla parmigiana e,
per tocco finale, bigné alla crema. Una nouvelle cousine da brivido che,
a giudicare dalle recensioni su Amazon, a qualcuno è parsa interessante, ma a
me ha dato solo il voltastomaco.
Facciamo qualche esempio. Il Polo è uno
strano miscuglio tra Narnia nei momenti freddi, alcuni scenari di Pullmann
e la corte di Versailles nei suoi giorni più dissoluti. Il primo
passatempo dei nobili (qui ci sono i nobili, ovvero i mortali dotati di poteri)
è scannarsi tra famiglie, che si distinguono per tatuaggi tribali e poteri
particolari. Il secondo è copulare in
ogni angolo delle loro lussuose dimore abbellite da complicate illusioni,
anche se devono fare figli sono tra di loro, pena l'ostracismo e la
vergogna.
Quanto ai personaggi, il ruolo di
Ofelia si riconferma quello di figuretta insignificante, che colleziona
raffreddori e mazzate. Quello della zia che l’accompagna è rompere le scatole
mostrando i denti cavallini (lo fa in continuazione, nel caso il lettore non
avesse colto il dettaglio). Il compito della loro ospite e protettrice, la zia
del fidanzato, è di fare la donna fatale, fatua e capricciosa, dedita all’oppio
e all’alcol. Il fidanzato, Thorn, gioca ossessivamente con
l’orologio, emette qualche rara sillaba, è sempre teso come se avesse un palo
dove so io ed è troppo lungo e ossuto (il sogno di ogni donna), un dettaglio
anche in questo caso ripetuto ogni tre pagine.
A questo simpatico quartetto si aggiungono
strani e loschi figuri: un ambasciatore telepate che scaccia la noia fornicando
ovunque in technicolor (tutta la sua famiglia vede telepaticamente ciò che fa),
i simpatici familiari del fidanzato che aggrediscono la gente in continuazione
in preda a scoppi d’ira, un bambino capace di creare potenti illusioni che va
compiendo stragi, e naturalmente il nume tutelare dell’Arca, un tal Faruk,
anche lui eterno, anche lui alieno nell’aspetto, anche lui unicamente interessato
a fare zumzum con le sue favorite.
Ma ciò che mi fa più imbufalire è che dopo
essermi sorbita questa indigesta pietanza per non so quante pagine (l’ho letto
in ebook ma ho visto in libreria il tomo e pareva un vocabolario), il
romanzo finisce ad mentulam (per i non latinisti “a c*****”), secondo il
malcostume per cui fantasy devono essere come minimo trilogie.

Ora, la domanda che forse vi sorge spontanea
è: perché hai terminato il romanzo? Perché non l’hai scaraventato nel
cestino del tuo Kindle senza passare dal via?
Sarò sincera, l’unico punto a favore
di “I fidanzati dell’inverno” è che ti spinge a girare pagina nella speranza di
un avvenimento, di una conclusione, di uno svelamento, di un colpo di reni
della protagonista. Ma, perdonatemi il paragone, è un coitus poco piacevole
e decisamente interruptus.
A questo punto, dunque, anche se, per pura
curiosità, vorrei sapere che ne sarà dei personaggi, un sano istinto di
conservazione mi dice di evitare accuratamente il secondo tomo (sempre
corposissimo).
LA VITA È
TROPPO BREVE PER LEGGERE BRUTTI LIBRI.